Quando la pausa forzata è mal controllata

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Tra le limitazioni imposte al gioco legale distribuito sul canale terrestre dalla normativa territoriale troviamo le note limitazioni di orario o di erogazione del gioco o di apertura dei locali in cui il gioco viene distribuito. Si è avuto già modo  di affrontare il tema dei rilievi che la giurisprudenza ha cominciato a rappresentare in ordine al difetto  di istruttoria, laddove la misura non  sia supportata da rilevazioni  e studi  non  solo adeguati ma anche specificamente aderenti  al territorio di interesse. Si è anche più volte richiamato il difetto di proporzionalità della misura laddove nei provvedimenti si raggiungano livelli di limitazione talmente opprimenti da rendere insostenibile l’attività di erogazione.  Si è avuto altresì  modo  di  rappresentare che l’Intesa  tra  Stato, da un  lato, e Regioni   e  Comuni,  dall’altro,  voluta dal legislatore  nazionale sin dal dicembre  2015, abbia visto la luce nel documento approvato  a settembre 2017 e che in definitiva dall’accordo è emerso che a fronte di un drastico taglio al numero degli apparecchi presenti sul territorio, a fronte di  importanti  misure  in   termini di  apporto di  qualità  all’offerta, le parti  hanno riconosciuto, riguardo agli orari, che sia necessario: “Riconoscere  agli Enti Locali la facoltà di stabilire  per le tipologie  di gioco delle fasce orarie  fino a 6 ore complessive di interruzione quotidiana di  gioco.  La  distribuzione  oraria delle fasce di interruzione del gioco nell’arco  della  giornata  va definita, d’intesa con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, in una  prospettiva il più  omogenea possibile  nel  territorio nazionale e regionale,  anche ai fini  del futuro  monitoraggio telematico  del rispetto dei limiti  cosi definiti”.Interessante, poi, il fatto che il comma 1049 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2017, n. 205, “Bilancio  di previsione dello  Stato   per   l’anno finanziario 2018 e bilancio  pluriennale per il triennio 20182020” abbia previsto, sia pure  per le vicende  relative  ai  distanziometri  espulsivi, che “al fine  di  consentire l’espleta- mento delle   procedure di selezione  di cui ai commi  1047 e 1048, le regioni   adeguano  le  proprie leggi in materia  di dislocazione dei punti vendita  del gioco pubblico all’intesa sancita  in   sede   di   Conferenza unificata  in  data  7 settembre 2017”.GLI STUDI  SCIENTIFICI – Fatta questa premessa di carattere normativo, preme  evidenziare  che  da tempo è stato pubblicato uno studio scientifico  importante relativo  alla valutazione dell’impatto sul gioco d’azzardo  delle  norme che  impon- gono  delle  interruzioni del  gioco. In particolare, si tratta  dell’articolo dal titolo  “Gioco d’azzardo: le pause forzate  raggiungono gli obietti- vi prefissati?”,  scritto  da Alexander Blaszczynski e Kate Hinsley  (School of Psychology) nonché da Elizabeth Cowley e Christina Anthony  (Business School) tutte della Università australiana di  Sidney,  e apparso  il 15 agosto 2015 sulla rivista “Springer Science and Business Media New York”. Lo studio  sembra  focalizzato  sul  concetto di  pausa  del  gioco e non  necessariamente su quello di limitazioni  di  orari, tuttavia sembra potersi  comunque valutare  con attenzione per  il fatto  che il senso delle    limitazioni   orarie    ricerca te  dalla  normativa territoriale  nel nostro  ordinamento  giuridico è quello  di  interrompere in  qualche modo  l’accesso al gioco. Nello studio è ben rappresentato il concetto secondo  cui “I danni  dovuti  al gioco d’azzardo  emergono quando un giocatore  supera  il proprio reddito discrezionale disponibile e/o le so- glie discrezionali del suo tempo  libero (Blaszczynski et al. 2008).” Ed è di tutta  evidenza  che, misurata (ma adeguatamente) la patologia,  diviene compito di un ordinamento giuridico  attento individuare le giuste misure, tanto è che viene dato conto del fatto che anche nelle realtà d’oltre oceano  esaminate “sia i governi che gli operatori del settore,  hanno introdotto strategie  di gioco responsabile per minimizzare le percentuali  di danni  e disturbi relativi al gioco d’azzardo.” Tra  le misure rilevate  dallo  studio in questione vanno ricordate quelle che  tendono a interrompere l’attività di gioco: “Una pausa  del gioco può  essere  definita come  qualsiasi azione   che   risulta   in   un’interruzione, sospensione o cessazione temporanea del  gioco  che  serve  a distoglierne l’attenzione del  giocatore  e lo stato  dissociativo”.  Fondamentale,  notiamo nella definizione, l’aspetto secondo  cui per aversi una pausa  “efficace” occorre  che questa sia  idonea  a distogliere l’attenzione del  giocatore  e ad  allontanarlo dallo stato dissociativo. Per questo viene  poi  chiarito  che  “prendersi del tempo  al bancomat o alla cassa per  accedere  a fondi  addizionali, o prendersi una  pausa  per  andare  in bagno  o andare  a pranzo  prima  di continuare a giocare, non  sono  generalmente considerate come  vere e proprie pause  dal gioco.    Questo perché  interrompere lo stato dissociativo può  condurre il giocatore  a rivalutare il suo comportamento durante il gioco, ma non necessariamente  avviene. Egli infatti,  tende  a rimanere motivato  per  ricominciare a giocare  dopo  la pausa  a meno che, questa  non  contenga messaggi di  incitamento a riesaminare il suo  comportamento.”  In  proposito, nello  studio,  si richiamano poi i lavori  di  altri  esperti:  “Stewart  e Wohl  (2012), usando un  paradigma del gioco virtuale in laboratorio, hanno scoperto che i messaggi  che sollecitano  l’imposizione di  un  li- mite  hanno aumentato la tendenza ad autolimitarsi”. Diversamente, un’interruzione non motivata  rischia di essere controproducente: “Coerentemente con i concetti  di McConaghy  (1980) e Tiffany  (1990), interrompere o disturbare il completamento di  un  comportamento bramoso, può essere controproducente  negli   individui  che  non sono  motivati  a controllare il loro comportamento. Tali valutazioni sono    rappresentate   nello    studio con  la  presentazione  dei  risultati di uno  studi  operato  su 141 soggetti, secondo  cui “con le pause  forza-te del gioco, il bisogno  di giocare  è aumentato, invece  che  diminuito.” E il bisogno  di  gioco  si  è rivelato più  alto  nei  casi in  cui  siano  state imposte pause  ed  interruzioni più lunghe.In  particolare, lo  studio   arriva  ad ipotizzare che “una volta che l’individuo  è stimolato a giocare  d’azzardo, sia come risultato di un’esposizione a fattori esterni o in risposta a stati affettivi negativi, qualsiasi  barriera che  viene  imposta, comporterà un’esacerbazione nell’urgenza  o voglia di giocare”. E ciò a meno  che il giocatore  non  sia destinatario di  messaggi  aventi  ad oggetto  la responsabilità da mette- re nel  gioco finalizzati  a indurre il giocatore  a mettere in  discussione il proprio comportamento, nonché il  dispendio di  tempo e  di  denaro  che  sta  auto  infliggendosi. Con questa  precisazione nello  studio  si spiega anche la compatibilità del riscontro   empirico   rappresentato con altri  studi  che, da un  lato, è vero che “dimostrano una  risposta positiva  alle interruzioni del  gioco (Jardin and Wulfert 2012; Ladouceur e Sevigny 2003; Monaghan 2008; Monaghan and  Blaszczynski  2009,2010a, 2010b; Schellinck  e Schrans2002)”, ma che dall’altro, è altrettanto vero che fanno  perno  su interruzioni accompagnate da messaggi  di gioco  responsabile. Si palesa  come cruciale  la considerazione secondo cui “Tali messaggi, in particolare quelli  che  promuovono l’autovalutazione, sono efficaci nell’indirizzare l’attenzione del giocatore  al suo comportamento ed iniziare  processi cognitivi che influenzano la motivazione a persistere nel  gioco. In questo modo, essi si confrontano direttamente con il bisogno  di rivalutare le proprie azioni  e a portare su  un  livello  superiore il loro  iter decisionale.” In  definitiva,  secondo lo studio  le “pause, senza messaggi (…), possono  (…) portare a crescite controintuitive e controproducenti della voglia di giocare invece che interrompere lo stato di dissociazione e dissipare l’urgenza  di continuare a  giocare  d’azzardo.Gli  individui che non  sono motivati  a smettere o ridurre il loro  coinvolgimento nel gioco, percepiranno le pause forzate durante il gioco  come  un’irritante frustrazione o  come  un’aspettativa cognitiva erronea di impedimento alla vincita”.È di tutta  evidenza che è opportuno confrontare detti  risultati con  uno studio  su un  campione più  ampio, che includa  anche  i giocatori  patologici  e problematici, che interessi il territorio ed il contesto  italiano, con la sua domanda e la sua offerta. È però altrettanto vero che risultanze come quelle riportate devono far riflettere sull’esistenza di un’importante  esigenza  di verificare  scientificamente e senza  pregiudizi ogni misura ogni regola inerente il comparto votata alla protezione del giocatore problematico e patologico. Altrimenti si rischia  di commettere non  uno  ma cento  errori,  a questo punto più  o meno  consapevoli:  dal non  ottenere il risultato di proteggere le fasce deboli, al favorire la proliferazione dell’offerta  illegale, a solo spostare  il gioco su altri canali distributivi, alla distruzione delle imprese che assicurano la distribuzione del gioco legale e controllato.

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