L’OCCHIO PIGRO DI CHI NON VUOL VEDERE (Gioconews gennaio 2019)

Condividi su:

Nell’ambito delle misure concepite a livello di territorio, oltre ai distanziometri, si registrano, da anni, numerose iniziative volte a limitare gli orari di
funzionamento degli apparecchi di gioco di cui all’art.110 comma 6 R.d. 773/1931 il cui esercizio è autorizzato ai sensi degli articoli 86 e 88 del Testo Unico di Pubblica Sicurezza (Tulps). In alcuni casi, non in tutti, le limitazioni si estendono addirittura alle ore di apertura delle sale. Sia chiaro, le limitazioni di orario rientrano ad oggi nell’ambito dei poteri in mano ai Comuni (per le misure non d’emergenza e limitate nel tempo l’articolo di riferimento è l’articolo 50, comma 7 del testo unica delle leggi degli enti locali). Ciò di cui si discute, da ormai troppo tempo per la verità, è invece relativo alla legittimità del modo con cui questo potere viene esercitato, da un lato, ed alla efficacia della misura rispetto allo scopo, dall’altro. Per rompere il ghiaccio i temi di cui parliamo oggi sono i seguenti: come mai nessuno si scandalizza se per far dimagrire le persone non si sia ancora pensato ad una limitazione dell’orario dei negozi che vendono dolci?
Come mai nessuno si scandalizza se ad oggi, per diminuire la dipendenza da un altro prodotto che crea dipendenza come il fumo delle sigarette, non sia stata ancora concepita una limitazione di apertura dei tabaccai? Il punto è semplice: nell’opinione pubblica è ben radicato il principio che limitare l’orario di apertura delle pasticcerie e delle tabaccherie non sposta le abitudini dei cittadini, non fa dimagrire e non dissuade nessuno dal ricorso al fumo di sigaretta. Per questo ragionamento non c’è bisogno di un’istruttoria. Se invece qualche amministrazione, andando controcorrente e contro l’opinione pubblica, decidesse di mettere mano all’ora- Le misure limitative di orari non sono efficaci e ciò risulterebbe dimostrato se solo si facesse un’adeguata istruttoria. Se invece qualche amministrazione, andando controcorrente e contro l’opinione pubblica, decidesse di mettere mano all’orario di apertura di apertura delle pasticcerie e dei tabaccai, in questo caso l’istruttoria per dimostrare che la misura è buona dovrebbe essere ben rafforzata. Non basterebbero commenti di allarme sociale su obesità o cancro, che pure esistono e meritano di essere contrastati con il massimo impegno. Si imporrebbe per il territorio di riferimento uno studio ed un’analisi approfondita, non solo dell’esistenza del problema ma anche della prospettiva valutazione positiva della efficacia della misura proposta. E ciò non solo per convincere tutti della bontà della misura, ma anche per un esercizio piano e democratico della funzione pubblica a tutela degli interessi costituzionali tutti.

LA STANDARDIZZAZIONE DELLE NORME – Ebbene, per le limitazioni orarie invece imposte alla distribuzione di alcuni giochi pubblici spesso non viene fatta un’effettiva istruttoria rafforzata e viene raccontata la misura come una misura sanante la dipendenza, senza però fornire una minima prova. Addirittura, a volte,
si trovano iniziative di disciplina standardizzata per tutta una serie di Comuni fatte aprioristicamente rispetto all’analisi della specificità locale del fenomeno e delle relative esigenze. Senza contare che poi le limitazioni orarie imposte sono spesso talmente ampie e sproporzionate da rendere impossibile la prosecuzione
dell’attività e finiscono, dunque, per imporre la cancellazione dell’offerta regolamentata dal territorio, con ampia soddisfazione da parte di chi senza scrupoli
offra prodotti non regolamentati e fuori dalla legalità. Quando si affronta il tema delle limitazioni orarie spesso ci si trova a dove eccepire, oltre al difetto di
istruttoria e di ragionevolezza per sproporzione della misura come sopra accennati, anche il tema dell’effetto discriminatorio che potrebbe colpire canali distributivi e/o tipologie di gioco.

L’EFFETTO CANGURO – Il tutto senza tralasciare tra i temi problematici quello del cosiddetto “effetto canguro” con il quale si denunziano tanto l’inefficacia quanto la dannosità delle cosiddette fasce orarie. E infatti, l’effetto canguro, “entra e esci”, “spegni e accendi”, da un lato, uccide l’impresa legale perché diventa defatigante per l’utente che, alla lunga, non frequenta più l’esercizio neppure per il resto delle ore in cui vi sia la possibilità di accesso, scegliendo di accedere a offerte illegali invece comodamente e illimitatamente accessibili. La frammentazione della frequentazione determina, per l’effetto, un calo di introiti per l’impresa legale che non è, però, commisurato rispetto alla diminuzione dei costi fissi, i quali, invece, rimangono invariati. L’insostenibilità dei costi, alla lunga, determina l’incapacità di avere quella liquidità necessaria per adempiere alle obbligazioni esistenti con l’effetto della chiusura definitiva delle sale pressoché certa e preannunciata, nelle ipotesi più gravi non in bonis ma in stato di insolvenza e con ogni possibile ripercussione negativa, incluso il possibile avvio di procedure concorsuali. Ed ecco che il principio di proporzionalità e ragionevolezza deve intendersi non soltanto legato al numero totale di ore di interruzione ma, piuttosto, anche al numero eccessivo di fasce orarie previsto, che frastagliano eccessivamente l’apertura della sala nell’ambito della giornata. Ma l’effetto canguro, oltre che causativo della cancellazione dell’offerta pubblica, è anche inefficace in quanto aumenta la compulsività del giocatore. In studi scientifici è dimostrato che la interruzione del gioco senza una adeguata messaggistica istruttiva produce sugli utenti l’effetto contrario a quello della dissuasione dal gioco. In altre parole, per aversi una pausa “efficace”, occorre che questa sia idonea a distogliere l’attenzione del giocatore e ad allontanarlo dallo stato dissociativo. Si tratta, in particolare, dell’articolo dal titolo “Gioco d’azzardo: le pause forzate raggiungono gli obiettivi prefissati?”, scritto da Alexander Blaszczynski e Kate Hinsley (School of Psychology) nonché da Elizabeth Cowley e Christina Anthony (Business School) tutte della Università australiana di Sidney, e apparso il 15 agosto 2015 sulla rivista “Springer Science and Business Media New York”. Su questo si è avuto modo di dedicare un articolo (“Quando la pausa forzata è malcontrollata”) poi pubblicato sulla rivista Gioco News numero 2, di febbraio 2018. Non è un caso che la giurisprudenza di merito da tempo predichi che “i limiti orari devono essere motivati da precisi studi scientifici relativi all’ambito territoriale di riferimento” (Cfr., in particolare Tar Toscana, sentenze n. 453/2018 e 454/2018). Allo stesso tempo anche in sede cautelare, il Tar Brescia ha avuto modo di precisare che: “il ricorso per motivi aggiunti appare assistito da sufficienti elementi di fumus boni iuris nella parte in cui tende all’annullamento dell’ordinanza censurata per insufficienza dell’istruttoria e carenza di motivazione: né nel provvedimento, né negli atti in esso richiamati (e, in particolare, nel regolamento attuato) è rinvenibile un adeguato e sufficiente riferimento, né a dati evidenzianti situazioni di particolare problematicità per il Comune di Brescia, che giustifichino l’adozione di una misura particolarmente incisiva come la riduzione dell’orario di esercizio dell’attività di gioco con new slot e Videolottery disposta, né a indicazioni scientifiche relative all’utilità delle scelte operate nello specifico per la lotta alla ludopatia. Si impone, dunque, a tale proposito, un duplice ordine di considerazioni:- solo nella memoria difensiva e non anche nei provvedimenti, si fa riferimenti alle numerose iniziative assunte dal Comune per la lotta alla ludopatia, rispetto a cui, peraltro, non è stata evidenziata l’eventuale diretta rilevanza ai fini della dimostrazione dell’utilità dell’imposizione della sospensione del gioco in talune fasce orarie nel contrasto alla ludopatia;- non può essere utile a superare la suddetta carenza di motivazione il riferimento, contenuto, ancora una volta, solo nella memoria difensiva del Comune, ad altre esperienze di regolamento e ai principi affermati nelle sentenze che hanno ravvisto la legittimità dell’adozione di misure analoghe a quella censurata, a fronte di specifici riferimenti alla particolare situazione locale, della puntuale individuazione delle ragioni che hanno determinato l’intervento regolatore sulla scorta di essa e della considerazione delle evidenze scientifiche relative all’utilità dell’intervento, che, invece, risultano mancanti nel caso di specie; Operato il bilanciamento dei contrapposti interessi, tenendo conto del fatto che l’istruttoria del Comune non ha evidenziato una situazione emergenziale tale da giustificare la prevalenza dell’interesse pubblico
su quello dei ricorrenti, imprenditori interessati alla continuazione dell’esercizio dell’attività secondo modalità già assentita al momento del rilascio della necessaria autorizzazione;”con ciò sospendendo l’efficacia dell’ordinanza impugnata (Tar Brescia Ordinanza cautelare n. 151/2018 del 20/4/2018, ma cfr altresì la successiva conforme n. 969/2018 del 7/12/2018). Peraltro, dello stesso tenore è il parere del Consiglio di Stato numero 449/2018 del 20/2/2018 secondo cui “i
motivi di interesse generale che consentono le limitazioni di orario (…) non possono consistere in un’apodittica e indimostrata enunciazione, ma debbono concretarsi in ragioni specifiche, da esplicitare e documentare in modo puntuale. Sicché la motivazione (…) si presenta carente risultando indimostrata la correlazione tra l’utilizzo degli apparecchi da gioco e gli affermati rischi per la sicurezza e la quiete pubbliche, né d’altra parte, si chiarisce perché e come la limitazione del funzionamento di detti apparecchi per una o due ore possa ovviare alle problematiche alle quali si accenna nell’atto gravato. (…) Sotto questo profilo risulta violato anche il principio di proporzionalità dell’azione amministrativa, non potendosi verificare se l’imposto limite all’attività in questione corrisponda e in quale misura a una reale esigenza di protezione degli interessi pubblici sopra richiamati. Qualora il Comune (…) intenda riesercitare il potere in discorso, dovrà dunque procedere sulla scorta di approfondite indagini sulla realtà sociale comunale, previa acquisizione di dati ed informazioni il più possibile dettagliati ed aggiornati sulle esigenze delle imprese nonché sulle tendenze e le abitudini dei soggetti coinvolti”. Ciò detto ora si tratta di capire qual orientamento si consoliderà nel tempo posto che, in effetti, non sono mancate pronunce contrarie, non convincenti. L’auspicio è che prevalga il buonsenso nell’analisi della
inefficacia delle limitazioni di orari al punto da indurre e stimolare il legislatore a trovare misure veramente idonee a arginare il fenomeno della dipendenza da
gioco d’azzardo. Posto che la misura giusta è quella che incide efficacemente sulla domanda di gioco, senza spostarla su altre offerte, non regolamentate, non
legali, non visibili all’occhio pigro di chi non voglia vedere.

Cliccando qui puoi scaricare il PDF del documento



Iscriviti alla newsletter per essere aggiornato sulle attività dello Studio