QUANTO CONTA IL GIOCO D’AZZARDO IN ITALIA ? ( SUL ROMANZO LUGLIO 2016)

Avvocato Geronimo Cardia - gclegal

QUANTO CONTA IL GIOCO D’AZZARDO IN ITALIA ? ( SUL ROMANZO LUGLIO 2016)

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Il tema del gioco suscita da qualche anno grandi movimenti d’animo nel nostro Paese. Ed è così che il gioco, e il vizio del gioco che oggi più elegantemente chiamiamo  ludopatia,  pare  essere  uno  dei  temi  di punta  dell’ultimo  periodo.  Mentre  il settore,  in  forte sviluppo, dà lavoro a tantissime persone e garantisce allo   Stato   cospicui   introiti   fiscali,   emergono   forti contrasti soprattutto tra amministrazioni  locali e Governo  per  ciò  che  riguarda  la  regolamentazione del settore a livello territoriale  (distribuzione,  orari di apertura, pubblicità…).

Sul tema, recentemente,  è stato pubblicato il volume, è stato pubblicato il volume La  questione  territoriale.  Il  proibizionismo  inflitto  al gioco legale dalla normativa locale, edito da Gioconews media, una raccolta di contributi che l’avvocato Geronimo Cardia ha in gran parte pubblicato, negli ultimi mesi, sulla rivista di informazione  «GN-Gioconews».  Incontriamo l’autore cercando di conoscere meglio questa pubblicazione.

Avv. Cardia, proviamo  a partire da qualche dato numerico.  Premesso  che è difficile avere numeri e statistiche  su un argomento così sfuggente, c’è modo di capire quanto “pesa” questo fenomeno in Italia? Lei ha qualche dato da fornirci sui giocatori attivi ed eventualmente sulla percentuale di persone interessate ogni anno in Italia da questa patologia?

I dati sulla ludopatia sono allo studio attualmente. Sono disponibili, invece, i volumi di gioco del solo gioco legale (non anche di quelli sviluppati dal circuito parallelo/illegale) in quanto pubblicati annualmente dall’Autority di riferimento che è l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Nel 2015 sono stati giocati 88 miliardi di euro, di questi ne sono stati restituiti 71 ai giocatori in vincite, mentre i restanti 17 sono stati destinati  in  tasse  (circa  9  miliardi)  ed  in  remunerazione  della  filiera  del  gioco  legale.  La  filiera  del  gioco  legale  è  composta essenzialmente dai concessionari (278 sul mercato dei giochi a base sportiva e ippica, 208 per il Bingo, 104 per l’offerta online, 13 per gli apparecchi da gioco, nonché 1 per il superenalotto e 1 per Lotto e lotterie varie) e da migliaia di imprese appartenenti alla filiera che svolgono l’attività sul territorio

C’è differenza tra gioco offline e gioco online?

Le  due  modalità  di  gioco  sono  profondamente  diverse.  Non  è  un  caso  che  le  regole  di  riferimento,  siano  esse  normative  che regolamentari e concessorie, siano differenti. Il punto è che in entrambi i casi il cliente giocatore si trova di fronte alla scelta di ricorrere all’offerta legale ovvero a quella parallela o illegale. Tra i dati pubblicati  dall’Autority  di riferimento  vi sono anche quelli dei controlli effettuati per il solo on-line: si pensi che sono stati rimossi oltre 5000 siti non autorizzati dal 2006, poco più di 500 nel 2015

Come accennato  il settore è stato, e per certi versi è ancora, in forte sviluppo,  con decine di aziende presenti  sul nostro territorio che significano, anche, migliaia di posti di lavoro, oltre che cospicui introiti per lo Stato italiano. Negli anni si è fatto molto per sottrarre quote all’illegalità, a suo parere resta ancora molto da fare?

Le aziende del comparto legale che tutti i giorni esercitano  l’attività sul territorio nazionale sono migliaia, e i livelli occupazionali  da queste sviluppati sono importanti. Il gettito erariale specifico (escludendo dunque quello riconducibile a IVA o IRES) si attesta su cifre importanti (circa 9 miliardi in un anno). E qui va fatta chiarezza da subito: è evidente che il gettito in questione è un tipico gettito da emersione, non dovuto a una nuova domanda di gioco.

Per questo le scelte di regolamentazione del gioco sono delle vere e proprie scelte di politica economica, da “maneggiarsi con cautela”, soprattutto  se  si  pensa  agli  importanti  obiettivi  da  perseguire  in  via  principale:  quello  della  salute  (un  gioco  legale,  in  quanto regolamentato  presenta  presidi  di rischio  che devono  tendere  all’adeguatezza,  a differenza  del gioco  illegale  che per definizione essendo fuori controllo non fornisce alcun presidio) e quello dell’ordine pubblico (l’offerta del gioco legale può imporre un progressivo confinamento della offerta illegale)

Il disaccordo tra amministrazioni locali e Governo centrale non rischia di essere controproducente anche su questo fronte?

Il disaccordo  tra amministrazioni  locali e Governo centrale non rischia di essere controproducente,  il disaccordo  tra amministrazioni locali e Governo centrale è controproducente. È controproducente  prima di tutto perché in linea di principio un contrasto di regole è di per sé fonte di vuoti normativi,  incertezze interpretative,  e confusioni comportamentali  in grado di favorire chiunque tranne le realtà aziendali legali. Chi lavora nella legalità ha bisogno, invece, di un tessuto normativo chiaro e attendibile su cui posare le proprie pianificazioni per la realizzazione dei necessari investimenti destinati a erigere le strutture idonee a implementare  le regole per tutelare gli interessi che richiamavano  sopra (salute, ordine pubblico e gettito erariale).

È controproducente perché allo stato attuale il proibizionismo sta prevalendo sulla scelta di regolamentare compiuta a livello nazionale. E, almeno fino a quando la giurisprudenza non si imporrà con un segno contrario (cosa che per la verità lentamente sta per prendere forma),  il proibizionismo,  comportando  il confino  dell’offerta  legale,  incentiva  la ri-espansione  del gioco  illegale  o parallelo,  la re- distribuzione di prodotti di gioco fuori controllo, il ritorno all’immersione delle somme giocate e il conseguente calo di gettito.

Tempo fa una pubblicità  televisiva  comunicava  che gli introiti provenienti  dal gioco legale venivano  in gran parte spesi a favore del patrimonio artistico del nostro Paese. Lei ha qualche informazione in merito, è effettivamente così oppure si tratta di una bella maschera sotto cui celare qualcosa che, soprattutto in un Paese di tradizione cattolica come l’Italia, si fatica ad accettare?

Sul versante della spesa, e del dilemma di come investire le risorse reperite con tutti gli studi e le valutazioni  che la scienza delle finanze impone, vanno fatte tutte le riflessioni legate alle scelte di politica economica. Queste vanno compiute con responsabilità e con altrettanta responsabilità occorrerebbe maneggiare la comunicazione di dette scelte.

Ognuno avrà interesse  a sostenere  l’opportunità  di investire,  di spendere  in una determinata  iniziativa.  È vero, ci sono spese che hanno più effetto sull’opinione pubblica, in positivo o in negativo, e spese che normalmente sono in coda ad altre per priorità imposte. Ma la verità è che si tratta sempre di risorse pubbliche e che un giudizio sugli atti di politica economica di spesa andrebbe espresso sul paniere delle spese identificato annualmente nella sua complessità e nella sua completezza e non sulle specifiche destinazioni.

Tornando al suo libro, l’impressione, anche leggendo la raccolta dei suoi articoli, è che molte amministrazioni  locali abbiano esasperato la lotta al gioco d’azzardo. Pare tuttavia di intuire che una certa “aggressività” di pari grado non venga applicata ad altre problematiche sociali, come la mancanza di abitazioni o la presenza sul territorio di fabbriche inquinanti, ad esempio, o alla riduzione del fumo al di fuori delle scuole o degli uffici pubblici. Qual è il motivo? Il settore del gioco è un bersaglio facile? È una giusta reazione a un atteggiamento finora troppo lassista?

Il gioco è un bersaglio facile, senza dubbio. E il grande alleato di chi lo attacca è la novità dell’offerta di gioco legale. È ancora troppo recente la scelta del legislatore di regolamentare un fatto esistente, rinunciando alla pigra posizione di chi si limita a vietare, per cui chi esprime  un’opinione,  chi  per  qualche  ragione  “giudica”  (dall’elettore,  all’opinionista,  al  giudice,  al  regolatore  locale,  al  regolatore nazionale, etc.) ha ancora la coscienza ben radicata negli schemi socio-cultural-comportamentali della politica proibizionistica  attuata nel nostro ordinamento giuridico sino ai primi anni del 2000. E se non si compie uno sforzo culturale importante prima di esprimersi si rischia di essere vittima dei pre-giudizi intesi nel senso stretto di giudizi legati al pregresso ordinamento giuridico che nel vietare, nel non regolamentare, tendeva a tenere nascosto il fenomeno.

 

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