Riordino giochi: la ricerca di soluzioni a un problema mal posto (Gioconews maggio 2017)

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La soluzione al “problema” del gioco pubblico non è ancora arrivata. E non sembra neppure a portata di mano. Nonostante i presunti progressi registrati in Conferenza Unificata e annunciati dal sottosegretario all’economia, Pier Paolo Baretta, che nell’instancabile ricerca di una quadratura del cerchio, individua nell’incontro di questa settimana dell’organismo inter-istituzionale un possibile punto di svolta. Salvo poi ritrovarsi, un giorno dopo l’altro, con pezzi dello Stato che continuano a rivoltarsi contro il governo centrale, proprio sul tema dei giochi, rendendo la “Questione Territoriale” sempre più complessa e articolata. Un giorno è una Regione – per esempio la Lombardia – ad invitare i territori a rialzare le barricate contro il gioco pubblico e la disciplina statale, quello successivo è un comune – come quello di Livorno, nelle scorse ore – che in difesa di un proprio regolamento o di un’ordinanza ritenuti illegittimi da un tribunale, promette battaglia nei confronti della stessa materia. Per un cul-de-sac infinito, dal quale non sembra possibile individuare l’uscita, e un continuo gioco delle parti, nel nessuno ha intenzione di cedere.

Anche se in realtà non ci sarebbe proprio nulla da giocare con la ricerca di un accordo che, come detto, dovrebbe essere l’obiettivo condiviso da tutti; pur mantenendo i propri punti di vista e mirando a obiettivi diversi. Ma con l’identico scopo di risolvere il problema, e non quello di far saltare il tavolo, come sembra potersi leggere dietro ad alcuni atteggiamenti decisamente oltranzisti.
Qualunque sia la propria opinione riguardo al gioco e alla sua regolamentazione, tuttavia, quello che risulta piuttosto evidente è che il problema, pur nella sua complessità, continua ad essere mal posto. E non solo mal gestito. Mentre è arrivato il momento di giocare a carte scoperte, superando i limiti di una dialettica ormai stantia che si è consumata negli ultimi anni, senza portare ad alcun tipo di risultato. Basterebbe poco a rendere chiaro il confronto sul tema, sgombrando il campo dai troppi equivoci e puntando a risultati concreti, per il bene di tutti. Quello che occorre, prima di tutto, è superare la pericolosa dicotomia sul volere o meno un’offerta di gioco legale, visto che tutti, rispetto al tema del gioco, si preoccupano dei rischi legati alla dipendenza e alla legalità, quando a nessuno dovrebbe sfuggire il fatto che né la lotta alla dipendenza né quella all’illegalità, possono essere condotte eliminando l’offerta di Stato, che sarebbe subito rimpiazzata da una proposta di gioco illecita, ancor più pericolosa per i cittadini, non offrendo le garanzie che il gioco lecito, al contrario, propone da sempre nei suoi prodotti. Che possono (e probabilmente devono) essere riviste, rafforzate e migliorate, ma che non devono essere cancellate. Per il bene di tutti. Un conto è il riordino e la limitazione dell’offerta, altra cosa è il “divieto di fatto” sancito dalle distanze imposte da Regioni e Comuni, attraverso quel pericoloso “effetto espulsivo” ormai noto ai vari tribunali e oggi pure alla Consulta.
Altrettanta chiarezza, tuttavia, è richiesta al governo e al Legislatore nazionale, su alcuni punti che continuano ad essere critici e non affrontati. A partire dal fatto – più volte lamentato da parte dell’industria e anche da altre organizzazioni – che il presunto riordino del gioco pubblico di cui si discute, pur essendo proposto in termini generali, riguarda in realtà esclusivamente il settore degli apparecchi da intrattenimento, lasciando inesplorate le politiche di gestioni degli altri giochi “terrestri” e senza preoccuparsi dell’offerta online. Senza contare poi, che anche affrontando questo unico segmento, le nuove regole proposte dall’esecutivo andrebbero a limitare la diffusione delle slot senza toccare le Vlt, con il rischio evidente, dunque, che la situazione potrebbe rimanere pressoché inalterata, salvo nascondere un po’ di cenere sotto al tappeto, facendo cioè sparire soltanto una parte di offerta di gioco più visibile, ma non per questo più pericolosa. Anche se l’anomalia di fondo (molto più critica e difficilmente giustificabile) che si ravvisa nelle politiche del governo sui giochi, è dovuta all’ultima manovra fiscale approvata dallo stesso Esecutivo e attualmente al vaglio del Parlamento, proponendo un inasprimento della tassazione sugli apparecchi da intrattenimento, mettendo a bilancio un aumento dei proventi erariali legati a questi giochi per i prossimi tre anni. Proprio mentre si promette in Conferenza Unificata di ridurre la distribuzione o di “sterilizzare il bilancio dello Stato dalle entrate dai giochi”, come evidenziato dal Ministro degli Affari regionali, Enrico Costa. Una serie di anomalie che rendono senza dubbio molto più difficile affrontare serenamente la discussione politica sulla materia. Andando ad aumentare i punti irrisolti e apparentemente irrisolvibili di questa vicenda.
Eppure le soluzioni possibili – o comunque, le proposte concrete su cui ragionare – ci sarebbero pure. E sono anche molte. Come per esempio quelle offerte durante la scorsa settimana dalla giurisprudenza e dall’Accademia. Dal convegno dell’Università Spisa di Bologna, per esempio, sono emersi degli spunti interessanti e delle proposte di modifica della disciplina sui giochi di cui si potrebbe (e dovrebbe) tener conto. Come l’ipotesi avanzata dall’Avvocato di Stato Maurizio Greco, secondo il quale “Il discorso della tutela della salute è delicato e va contemperato con il discorso del mercato”, evitando di “regolamentare troppo facendo rimanere fuori il grosso”. Secondo il legale, invece, si potrebbe arrivare a “un regime di tutela della salute fermo restando l’ordine pubblico” prevedendo delle situazioni rigide, “dando la potestà ai Comuni di controllo sull’obbligo di divieto di gioco a chi è ludopatico”, creando una banca dati ad hoc, ed “intervenendo contro quegli operatori e sale che non sottostanno alle regole e dove non c’è l’identificazione del cliente”. Una tesi supportata anche dal professor Massimo Morisi, dell’Università di Firenze, il quale nello stessa occasione ha evidenziato come sia “importante un’attenzione rilevante non soltanto ad una legittimazione del gioco come attività d’impresa ma anche a stabilire paletti, regole condivise, che rendano più certa l’attività degli operatori”.
L’altro legale Geronimo Cardia, invece, ha lanciato un’altra proposta intelligente da Trento, dove si è discusso della Questione territoriale insieme all’amministrazione locale: dicendo che occore “Una cultura giusta del gioco è l’unica strada da seguire. Allo stesso modo, la prevenzione del Gap è importante, ma le politiche attuali non sono efficaci. E’ importante scrivere bene le regole difendendo il diritto alla salute, ma anche il diritto al lavoro di chi è impiegato in questo settore”. Del resto, come ribadito anche dall’assessore alla salute e politiche sociali della Provincia di Trento, Luca Zeni: “Non è il divieto assoluto quello che però può risolvere il Gap, ed è stato affermato anche a livello normativo, anche perché sappiamo che l’alternativa è l’illegalità”. Sante parole. Con l’auspicio che non continuino a rimanere ancora oggi inascoltate.


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