RESTRIZIONI E DIVIETI per il gioco d’azzardo: ecco quello che serve realmente nel contrasto alla dipendenza. GERONIMO CARDIA (JAMMA GIUGNO 2022)

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Sulla rivista “Evidence based – Psychiatric Care”, la rivista online della Società Italiana di Psichiatria, è stato recentemente pubblicato un articolo dal titolo “Strategie preventive nel disturbo da gioco d’azzardo: un’indagine sull’opinione dei giocatori”, a cura di diversi autori esperti, riconducibili alle seguenti istituzioni elencate nell’articolo stesso: Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche, Università “G. d’Annunzio” di Chieti; Unità di degenza per la salute mentale e le dipendenze, della SRP Villa Maria Pia di Roma; Sportello Adolescenza “T’ascolto Bro”, di Fondi (Latina); Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Servizi per la Salute Mentale e le Dipendenze, ASL RM1, Roma; Dipartimento di Salute Mentale, Azienda Sanitaria Locale (ASL) TO3; Azienda Ospedaliera Universitaria (AOU) San Luigi Gonzaga, Orbassano; SIP, Società Italiana di Psichiatria.

Nell’articolo si legge che “il disturbo da gioco d’azzardo è un fenomeno crescente in tutto il mondo [e che] ad oggi, molti governi internazionali hanno adottato misure di restrizione per contenere e prevenire le conseguenze sociali, problematiche e psicopatologiche, ma sono necessarie ulteriori valutazioni”.

Si dimostra la piena consapevolezza della problematica relativa alla comorbilità e del fatto che “in tutto il mondo (… ) il disturbo (…) varia dallo 0,2% al 5,3% nella popolazione adulta e questo numero cresce due o tre volte considerando le persone che sperimentano un gioco d’azzardo problematico subclinico meno grave (Abbott, 2020).    I paesi con le stime di prevalenza più alte sono stati identificati negli Stati Uniti (da 0,4% a 0,6%), Regno Unito (0,6-0,9%), Germania (0,2-0,6%), Australia (0,5-2,0%) e Hong Kong (1,8%) (Potenza et al., 2019). In Canada la popolazione identificata come giocatori problematici nel 2018 ammonta allo 0,6%, con un ulteriore 2,7% di giocatori a rischio (Williams et al., 2021).  

In Italia la prevalenza del gioco d’azzardo problematico negli adulti è di circa l’1,01%.”.

Di fronte a tali dati, lo studio ricorda quanto siano importanti le misure di prevenzione, quanto il legislatore unionale non sia ancora intervenuto direttamente (se non sull’on line) e quanto le misure ad oggi invece adottate non abbiano dato le attese risposte, precisando che: “le strategie dei governi e dell’industria del gioco d’azzardo hanno generalmente fallito nel ridurre i danni da gioco.

Anche se un certo numero di misure sembrano avere una certa efficacia, non sono supportate da sufficienti dati di prova e gli interventi più comunemente attuati sono spesso i meno efficaci (Abbott, 2020).   Inoltre, la maggior parte delle strategie di intervento sono state proposte dopo valutazioni cliniche da parte di esperti, o sono state determinate da esigenze politiche, senza prendere in debita considerazione l’opinione dei pazienti stessi e dei professionisti che hanno un contatto diretto con i giocatori patologici.

Lo studio prende atto delle misure delle distanze (per il DGA) e della tessera sanitaria (per il gioco minorile) richiamando anche dubbi sollevati al riguardo: “ci sono dubbi sull’efficacia di queste restrizioni.

L’approccio proibizionista che molti stati hanno adottato non sembra ridurre il fenomeno del gioco d’azzardo. I giocatori d’azzardo patologici sono meno sensibili alle limitazioni esterne imposte, considerando la disregolazione psicobiologica e la maggior parte dei giocatori può facilmente decidere di scegliere un’altra area di gioco più lontana.

Inoltre, il divieto di gioco d’azzardo nelle aree urbane potrebbe paradossalmente favorire il gioco d’azzardo patologico (stigma), e il gioco online potrebbe essere addirittura incrementato (Blaszczynski et al., 2016; Doxa, 2019)”.

Di fronte a tale scenario di “scarsa efficacia” lo studio si è posto l’obiettivo di “chiedere sia ai giocatori d’azzardo (patologici e non patologici) che ai professionisti della salute mentale che tipo di strategie di prevenzione dovrebbero considerare utili per prevenire lo sviluppo del disturbo da gioco d’azzardo”.

I risultati dei dati raccolti dal campione descritto e focalizzato altresì sulla Regione Lazio appaiono interessanti a partire dal fatto che, a quanto si legge, le opinioni espresse dalle due categorie intervistate presentano un’importante sintonia.    E sono molto chiari.

Le strategie considerate più efficaci, con differenze minime tra i gruppi, sono state:

1) l’eventuale restrizione dell’ingresso nelle sale o negli spazi dedicati ai soggetti che hanno presentato una richiesta, su base volontaria (o da parte dei familiari), rispetto alla partecipazione al gioco (l’88,2% dei PG ha avuto un parere positivo su questa proposta);

2) la restrizione dell’ingresso nelle sale o negli spazi dedicati ai pazienti con diagnosi di disturbo da gioco patologico (il 78. 1% dei PG ha espresso un parere positivo su questa proposta);

3) l’aumento degli aspetti preventivi utili a fornire indicazioni chiare sui danni derivanti dal gioco d’azzardo patologico (73% dei PG ha espresso un parere positivo su questa proposta);

4) la possibilità di inserire un limite massimo alle somme giocate (67,8% dei PG ha espresso un parere positivo su questa proposta). A queste opinioni si aggiunge l’indicazione forte e univoca dell’obbligo di non accedere alle sale o ai luoghi di gioco per i soggetti minori di 18 anni.

Tra le strategie considerate meno efficaci si segnalano:

1) la limitazione della distribuzione di cibo nelle aree di gioco (il 76,2% dei PG aveva un parere negativo su questa proposta);

2) la limitazione del numero globale di sale da gioco (il 60,1% dei PG aveva un parere negativo su questa proposta);

3) la limitazione degli orari di apertura delle sale da gioco (il 60% dei PG aveva un parere negativo su questa proposta);

4) stabilire distanze minime tra sale da gioco e centri di aggregazione (il 59. 3% dei PG aveva un’opinione negativa su questa proposta);

5) inserire limiti alle scommesse basati sull’intervallo di tempo di una “partita” (58,4% dei PG aveva un’opinione negativa su questa proposta);

6) la limitazione dell’uso del contante (58,2% dei PG aveva un’opinione negativa su questa proposta.

Nello studio viene indicato che le risposte ottenute sono omogenee tra giocatori razionali, problematici e patologici “a parte la proposta relativa alla possibilità di inserire limiti di puntata basati sull’intervallo di tempo di una “partita” (parere negativo: PG: 61. 1%; PrG: 38,5%; NPG: 41,1) e per la proposta della limitazione degli orari di apertura delle sale da gioco (parere negativo: PG: 60%; PrG: 48,7%; NPG: 48,2), e la fissazione di distanze minime tra sale da gioco e centri d’incontro (parere negativo: PG: 59,3%; PrG: 50,9%; NPG:43,2)”.

E che le opinioni degli operatori professionali (psichiatri, psicologi, riabilitatori psichiatrici) in sostanza non differiscono.

In particolare, oltre a continuare ad assicurare l’esclusione dei minori dal gioco “la proposta che ha ottenuto il maggior consenso tra tutte le tipologie di giocatori d’azzardo è stata quella relativa alla possibilità di incentivare la creazione di un apposito registro in cui vengano segnalati i soggetti interdetti.    Questa proposta è di grande interesse per quanto riguarda le aree di gioco in cui è possibile giocare senza limitazioni.   La creazione di questi registri potrebbe essere determinata dagli stessi giocatori d’azzardo (registri di autoesclusione), dai parenti dei pazienti, o anche dagli operatori (psichiatri, psicologi, tecnici della riabilitazione psichiatrica, ecc.).    Questo tipo di modello è stato proposto in altri paesi, con risultati favorevoli e molto promettenti a lungo termine soprattutto se guidato e ben integrato con la rete sanitaria territoriale dei servizi per le dipendenze (Serd), i Centri di Salute Mentale (CSM) e il Terzo Settore qualificato.    L’implementazione di strumenti integrati di intervento precoce e di prevenzione attiva deve necessariamente prevedere la possibilità di considerare la segnalazione da parte dei familiari del giocatore.”.

Allo stesso tempo i riscontri sembrano unanimemente precisare “la necessità di aumentare la prevenzione con strategie di psicoeducazione più mirate. Queste ultime dovrebbero essere in grado di dettagliare tutti i possibili rischi derivanti dal gioco, e anche di evidenziare tutti i bias cognitivi riportati dai giocatori. Questi bias cognitivi rappresentano infatti false illusioni nell’immaginario dei giocatori, che contribuiscono ad aggravare il quadro clinico spingendo i giocatori a continuare a giocare inseguendo trucchi cognitivi.”.

Altro dato che unisce il campione intervistato è che “le strategie (…) proposte in Italia raccolgano un consenso molto basso tra i giocatori.

Peraltro, conoscendo il meccanismo neurobiologico del craving è in qualche modo comprensibile che l’uso del distanziometro possa avere un ruolo limitato.   Il giocatore d’azzardo, ancor più se patologico, non è certo dissuaso dal non avere la possibilità di giocare a portata di mano.  Gli aspetti compulsivi della ricerca patologica della fonte del piacere vanno ben oltre la limitazione geografica. Il giocatore d’azzardo è un soggetto che, senza particolari limitazioni, è pronto a lasciare le zone limitrofe pur di soddisfare le sue specifiche richieste.

Questo meccanismo si osserva tipicamente non solo nel gioco d’azzardo, ma anche nel vasto mondo delle dipendenze, in cui il paziente dipendente è pronto a compiere sforzi enormi per raggiungere il luogo di vendita necessario all’acquisto della sostanza.   Il fenomeno del craving, sia in relazione ad una sostanza che al gioco d’azzardo, si caratterizza per essere irresistibile e non rinviabile, nonostante qualsiasi tipo di limitazione.  

In ragione di ciò non sorprende che si sia trovata una maggiore prevalenza di opinioni negative su questa proposta preventiva da parte dei PG rispetto a PrG e NPG.   I PG sono ben consapevoli che tale tipologia di limitazione può a malapena limitare la loro voglia di giocare. Dati recenti sono coerenti con lo studio ed evidenziano come una parte dei giocatori problematici (in media il 10%) scelga spesso di recarsi in locali lontani dalla propria abitazione, proprio per nascondere il disagio che ne può derivare.   

La Doxa sottolinea (Corte dei Conti) che la maggior parte dei giocatori d’azzardo non ha problemi a scegliere un locale più lontano: il 69% dei giocatori di scommesse sportive, il 65% dei giocatori di Slot e il 61% dei giocatori si sposterebbe in un altro punto vendita. Il divieto praticamente assoluto del gioco d’azzardo nelle aree urbane potrebbe paradossalmente favorire la persona affetta da GD, determinando così la concentrazione dei locali in luoghi periferici, isolati dallo sguardo degli altri e dallo stigma che ne deriva. Inoltre, la delocalizzazione delle aree di gioco fuori dai grandi centri finirebbe per creare un’alta concentrazione di locali di gioco in aree marginali, deprimendo ulteriormente le aree periferiche già fortemente penalizzate, con una probabile influenza negativa sui giocatori sociali normalmente residenti nelle stesse aree.

E lo studio conclude precisando che: “le stesse considerazioni valgono per le restrizioni riguardanti il tempo di gioco. Sebbene infatti possa sembrare ragionevole porre dei limiti alla disponibilità di 24 ore al gioco, limitazioni troppo restrittive difficilmente potrebbero portare a risultati tangibili, come chiaramente riportato anche dai giocatori intervistati.   In accordo con i nostri dati, un recente studio ha dimostrato che l’interruzione del gioco, non accompagnata da un intervento specifico da attuare durante il periodo di pausa, non rappresenta uno strumento efficace nel trattamento di questo comportamento (Blaszczynski et al., 2016).

Che le suddette critiche sono perfettamente in linea “con quanto riportato con le politiche proibizioniste sulle droghe, che non hanno portato a una contrazione dell’offerta o a una riduzione dell’uso di sostanze”.

Ed infine che “la ricerca di soluzioni semplicistiche, in grado di ridurre il settore del gioco d’azzardo presente nel nostro paese, può arginare solo temporaneamente e parzialmente il problema.   

Sarebbe invece auspicabile favorire luoghi di gioco controllati e legali, inserendo anche adeguati sistemi di monitoraggio come quelli evidenziati come i registri di esclusione [che “potrebbe prevedere esclusioni temporanee o definitive o, addirittura, differenziazioni relative alla tipologia di gioco, limitando l’accesso esclusivo a quei giochi a rapida rotazione, che più tipicamente affliggono e caratterizzano chi è affetto da disturbo da gioco].   

Questa operazione contribuirebbe ad evitare lo sviluppo del gioco illegale e clandestino, e a temperare lo sviluppo del gioco online, più difficile da controllare e gestire.   Sarebbe poi auspicabile che gli introiti garantiti dal settore del gioco d’azzardo potessero poi realmente contribuire a favorire strategie di intervento psicoeducativo, come riportato anche dalle opinioni dei giocatori intervistati”.  

Accanto a questo vengono ricordate altre misure come “l’eventuale revisione dei parametri di gioco dei dispositivi, che permettono di tracciare e misurare l’accesso al gioco in termini di tempo trascorso e denaro speso, permettendo la possibile identificazione precoce degli individui a rischio. Lo sviluppo di sistemi di questo tipo potrebbe auspicabilmente consentire l’identificazione di coloro che necessitano di un intervento specifico”.

Tali valutazioni tecnico-sanitarie ben potrebbero essere prese in considerazioni in sede di valutazione, da un lato, della reale portata (tutt’altro che utile sotto il profilo sanitario) delle misure esistenti e, dall’altro, delle politiche attive di autentico ed efficace contrasto al disturbo da gioco d’azzardo.

Geronimo Cardia

 



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