I lavoratori del gioco legale non sono cittadini di serie B. Geronimo Cardia (Huffingtonpost 01/03/2021)

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I lavoratori del gioco legale non sono cittadini di serie B.

Lavoratrici e lavoratori sono esausti. Il comparto del gioco pubblico con marzo arriva a 9 mesi su 12 di chiusura impartita dalle misure governative. Un lokdown che toglie il fiato alle imprese, ai lavoratori e a tutto l’indotto sia per la sua natura totalizzante (non sono previste gradazioni né orarie né territoriali, non sono previste parametrizzazioni in base agli ormai famosi colori regionali diversi dal bianco), sia per il suo lungo protrarsi (il comparto l’anno scorso è stato il primo a essere chiuso a marzo, l’ultimo a riaprire a luglio, il primo ad essere chiuso a fine anno), sia per l’indeterminatezza che caratterizza l’orizzonte della riapertura (da sempre manca un criterio tecnico-scientifico guida invece affidato a tanti altri comparti).

Il comparto chiede di operare disponendo di testati e severi protocolli di sicurezza di prevenzione dei rischi basati, oltre che sulle caratteristiche strutturali del prodotto, sulla riduzione del numero degli utenti negli spazi, sul loro distanziamento e sulla costante sanificazione. Si tratta di protocolli già esaminati dal Comitato Tecnico Scientifico presso la Protezione Civile, condivisi con i sindacati dei lavoratori nella loro stesura e recentemente rivisti e resi più stringenti alla luce della prima applicazione, a tutela dei consumatori e dei lavoratori stessi.

Per i lavoratori in cassa integrazione e le imprese in ginocchio sono fondamentali riapertura e programmazione con evidenza di un orizzonte tecnico/parametrico/temporale che metta in relazione il presidio massimo di sicurezza assicurato dai protocolli, da un lato, e il colore giallo dei livelli di rischio regionali dall’altro.

Per far questo, superato l’aspetto tecnico-scientifico, si tratta ora di mettere da parte ogni valutazione ideologica. Occorre respingere ogni discriminazione che abbia alla base la valutazione dell’essenzialità del prodotto, prima di tutto perché in realtà la funzione della presenza del comparto del gioco pubblico va ben oltre la mera messa a disposizione di un prodotto ma rappresenta un presidio dai molteplici risvolti, primo tra tutti il presidio di legalità sui territori (con tutto ciò che ne deriva: dalla tutela dell’ordine pubblico, all’emersione del gettito erariale).

E poi perché a ben vedere di servizi e prodotti e non essenziali disponibili, accessibili e non in lockdown è pieno. Ma anche e soprattutto perché quel che è essenziale, sempre in piena sicurezza, è salvaguardare i posti di lavoro.

Il mese di gennaio e di febbraio sono i mesi in cui anche le lavoratrici, i lavoratori e le aziende dei territori sono scesi in piazza, hanno richiamato l’attenzione della politica e dei mass media per mettere sotto gli occhi di tutti l’insostenibilità della condizione e i rischi del suo perdurare. In particolare le iniziative si sono svolte anche sotto le sedi dei Palazzi della Politica con la richiesta di incontri alla Presidenza del Consiglio, prima al presidente Giuseppe Conte e poi al presidente Mario Draghi, ma anche al ministro dell’Economia e Finanze, Daniele Franco, e al ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti.

Il punto è che di fronte al persistere del problema sono state annunciate dai lavoratori altre iniziative: il 3 e i 4 marzo a Roma, a Piazza Montecitorio, è il turno delle “mascherine rosa” (così sono state chiamate le donne del gioco pubblico che da oltre due mesi presidiano la Piazza) ed il 18 marzo a Torino, a Piazza Castello, è il turno delle lavoratrici e dei lavoratori del Piemonte che rivendicano il diritto al lavoro e la riapertura non solo per via delle misure restrittive per il Covid ma anche e soprattutto per l’effetto espulsivo in concreto attuato con il distanziometro della Regione disegnato in modo così invasivo che in concreto non lascia neanche alle realtà preesistenti spazi non vietati in cui continuare a distribuire il gioco pubblico. E quest’ultimo, quella della cosiddetta “Questione Territoriale” è un po’ lo stesso problema che di qui a breve colpirà anche la Regione Lazio.

Se non si corre ai ripari, si rischia di chiudere un comparto che sotto il profilo economico sociale, in un regime di normale funzionamento ante-pandemico, ha numeri importanti per l’economia del Paese, impattando positivamente su lavoratori ed imprese: 1% Pil, 14 miliardi di valore aggiunto creato, 2 miliardi di valore di consumo indotto, 11 miliardi di contributo fiscale diretto, 5 miliardi di effetti economici indiretti, 78,5 mila occupati diretti e indiretti fte (che molti indicano giustamente in 150.000), oltre 300 concessionari, 70/80.000 punti sui territori di cui 10.000 specializzati, 3.200 imprese di gestione (Primo Rapporto sul Gioco Pubblico di Acadi del 28 novembre 2019). E se il comparto resterà chiuso è chiaro che questi numeri non ci saranno più, le aziende non reggeranno oltre ed il lavoro sarà perso.

Una nota al riguardo: i ristori riconosciuti al momento sono totalmente insufficienti e qualcuno già denuncia che quelli attuali non coprano neanche il 5% dei costi di un intero anno nei casi migliori, a fronte di perdite di ricavi radicali di oltre il 50% per il 2020 e del 100% di questi primi mesi del 2021. Ma non è tutto, piove sul bagnato ricordiamoci che di questi giorni dobbiamo anche fare i conti con l’entrata in vigore, non sterilizzata, dell’aumento di tassazione imposto al comparto nell’ultima legge di bilancio ante pandemia approvata a dicembre 2019, senza contare l’aumento di tassazione delle scommesse, unico caso al Mondo (si, al Mondo), imposto in pieno lockdown ed in piena pandemia.

Ovviamente in tutto questo, come bene rappresentato dalle autorità investigative del Paese, se non si riapre, se si perde il presidio del territorio a ringraziare è la criminalità che vede fiorire le opportunità di sostituzione dell’offerta pubblica per soddisfare una domanda in questo caso di gioco che comunque esiste.

Più in generale, è di questi giorni, infatti, la pubblicazione della Relazione Semestrale gennaio – giugno 2020 del Ministro dell’Interno al Parlamento sulla attività svolta e i risultati conseguiti dalla DIA che in apertura non manca di ricordare, tra l’altro, che

“L’analisi dell’andamento della delittuosità riferita al periodo del lockdown ha mostrato che le organizzazioni mafiose, a conferma di quanto previsto, si sono mosse con una strategia tesa a consolidare il controllo del territorio, ritenuto elemento fondamentale per la loro stessa sopravvivenza e condizione imprescindibile per qualsiasi strategia criminale di accumulo di ricchezza.

Controllo del territorio e disponibilità di liquidità che potrebbero rivelarsi finalizzati ad incrementare il consenso sociale anche attraverso forme di assistenzialismo a privati e imprese in difficoltà. Si prospetta di conseguenza il rischio che le attività imprenditoriali medio-piccole (ossia quel reticolo sociale e commerciale su cui si regge principalmente l’economia del sistema nazionale) vengano fagocitate nel medio tempo dalla criminalità, diventando strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti”.

Ebbene, serve uno sforzo di responsabilità supportato da solide motivazioni tecnico-scientifiche, serve mettere da parte valutazioni ideologiche, serve riaprire a tutela della tenuta dell’intero comparto, del suo indotto, della funzione sociale che gli è assegnata e del centrale presidio di legalità sui territori.

Geronimo Cardia



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