Intervista integrale a Geronimo Cardia su Panorama del 4 marzo 2021 “L’INFINITO LOCKDOWN DEL GIOCO LEGALE”

 

Cliccando qui puoi scaricare il PDF del documento

 

L’infinito lockdown del gioco legale

Rimane congelato anche in zona gialla, nell’ultimo anno è stato fermo per 9 mesi su 12, causando danni a 150 mila lavoratori, perdite per 5 miliardi di gettito fiscale e incrementando gli affari della criminalità. La denuncia di Geronimo Cardia di Acadi – Intervista Integrale

La richiesta rimane essenzialmente una: «Aprire, almeno in zona gialla. Abbiamo dimostrato di poterlo fare nella massima sicurezza, abbiamo investito tanto per adeguarci alle esigenze imposte dai protocolli sanitari». La risposta continua a essere la stessa, un secco no. «Che ha ripercussioni pesanti su un esercito di 150 mila lavoratori e sulle loro famiglie, ormai in gravissima difficoltà. Su tutta la collettività, sullo Stato, che da quando è iniziata l’emergenza a oggi, ha incassato 5 miliardi in meno di gettito fiscale. Sulla salute degli utenti finali, perché non trovano a loro disposizione un’offerta misurata e controllata e finiscono per rivolgersi a quella illegale».

Nonostante ripeta questi concetti da mesi, Geronimo Cardia continua a stupirsi. A non capacitarsi che le sue parole cadano nel vuoto. Il presidente di Acadi, l’Associazione Concessionari di Giochi Pubblici, spinge per la ripresa delle attività del gioco legale, «almeno nelle regioni in cui hanno potuto riaprire negozi e ristoranti. A tavola ci si toglie la mascherina, se ci si può provare un capo d’abbigliamento non vedo perché non si possa usare una macchina che viene sanificata dopo ogni utilizzo» ragiona.

Le associazioni di categoria hanno dimostrato una grande compattezza, sfociata nelle proteste di piazza di Milano e Roma dello scorso 18 febbraio, che continua con un presidio fisso sotto Montecitorio da parte delle «Mascherine rosa», «le donne del gioco: da due mesi non lasciano la piazza e lanciano grida di sdegno e dolore», ma al momento nulla si muove. Continua il lockdown di un comparto che genera l’1 per cento di Pil, ha 80 mila punti sul territorio, fa girare i motori di 3.200 imprese di gestione, è stato fermo 9 mesi su 12. E il conto sembra solo destinato ad allungarsi.

Cardia, quella che denunciate, di fatto, è una disparità di trattamento.

Finché possono aprire solo i servizi essenziali, ci sto. Lo capisco, ci mancherebbe. Ma nel momento in cui si dà il via libera a quelli non essenziali, non vedo perché si decida di lasciare indietro chi è in condizione di operare in piena sicurezza. È come se lo Stato si spinga ad arrogarsi una funzione educativa, decidendo cosa è buono e cosa no. Un paradosso che si estende ad altri settori. Penso al turismo: le imprese sono aperte, sono stati chiusi gli utenti.

Suggerisce un «liberi tutti»? Per quanto auspicabile, i numeri dei contagi suggeriscono di andare nella direzione opposta.

Penso sia necessario smetterla di penalizzare gli imprenditori che non ce la fanno più. È come per il divieto dei ristoranti la sera, perché si ha paura che ci possa andare troppa gente. La risposta, a mio parere, è un’altra.

Quale sarebbe?

Responsabilizzare maggiormente l’utenza. Sanzionare gli assembramenti, sorvegliare con più attenzione sul distanziamento sociale, non escludere a prescindere. Non ghettizzare intere categorie perché non ci si fida dei cittadini.

Il gioco, a molti, può non sembrare un’assoluta priorità.

E invece, al di là delle conseguenze della chiusura su un’intera filiera, lo diventa perché la sua assenza si traduce in un favore fatto alla criminalità. Sotto vari punti di vista.

Nella relazione annuale al Parlamento, i Servizi Segreti hanno denunciato l’attenzione della criminalità organizzata, nazionale e straniera, verso questo comparto, «ai fini di arricchimento e riciclaggio». Si riferisce a questo?

La domanda di gioco c’è ed è innegabile. Molto meglio che sia assolta da soggetti fortemente sorvegliati con scrupolo. Devono rispondere di ogni loro azione, possono muoversi in un recinto stretto di regole e supportano le autorità.

Si spieghi meglio.

La presenza del comparto sul territorio rappresenta un patrimonio informativo rilevantissimo. L’altro giorno, Acadi è stata ricevuta dalla Commissione parlamentare antimafia e ha ribadito le numerosissime funzioni che l’ordinamento giuridico attribuisce al settore. Lavora come le banche, monitora tutte le operazioni che vengono svolte e segnala quelle sospette, favorendo le attività investigative.

Che altro?

Osserva una piena tracciabilità. Fa sì che ogni singolo euro dei 18 miliardi che raccoglie in un anno, possa essere controllato da un magistrato con un clic per accertarne la legittimità. Quando il gioco si ferma, l’autorità perde quegli strumenti. Si spegne un faro sui territori. Viene meno una tutela essenziale della legalità.

Se proprio vogliamo cercarla, una piccola buona notizia c’è. Almeno in zona bianca, potete riaprire.

Ribadisco che la nostra richiesta è poterlo fare anche in quella gialla. Ma anche nella bianca, dalla teoria alla pratica ce ne passa.

Perché?

In Sardegna, l’unica regione al momento in quella fascia, il provvedimento che dovrebbe autorizzare a ripartire è in ritardo. È già successo dopo il primo lockdown: mentre tante attività accendevano i motori già a metà maggio, noi siamo andati più che a singhiozzo, con disparità di trattamento tra regioni che pure avevano lo stesso colore politico. In alcuni casi si è dovuto aspettare fino a metà luglio. Davvero, non ha senso. Non può succedere di nuovo.

Marco Morello – Panorama, 4 marzo 2021



Iscriviti alla newsletter per essere aggiornato sulle attività dello Studio

EnglishFrenchGermanItalianRussian