LA RIAPERTURA DEL COMPARTO FA I CONTI CON LE CHIUSURE REGIONALI. LA RIAPERTURA DEL COMPARTO FARÀ I CONTI CON LE CHIUSURE REGIONALI PER I DISTANZIOMETRI ESPULSIVI, CONTANDO I NUMERI DELL’IMPATTO SULLE PERSONE RELATIVI AL LOCKDOWN NAZIONALE DI ORMAI QUASI UN ANNO. GERONIMO CARDIA (PRESSGIOCHI MAGGIO 2021)

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La riapertura del comparto farà i conti con le chiusure regionali per i distanziometri espulsivi, contando i numeri dell’impatto sulle persone relativi al lockdown nazionale di ormai quasi un anno.

 

In questi giorni non si parla d’altro: bisogna che la politica nazionale da un lato riconosca la validità dei presidi di sicurezza che i protocolli adottati dal comparto del gioco pubblico riescono ad assicurare ad utenti e lavoratori e, dall’altro, inserisca il comparto nella road map tra quelli che potranno riaprire nelle zone bianche, ma anche gialle, dando così un orizzonte temporale, tecnico e chiaro.

Inoltre il prolungamento della chiusura del gioco pubblico per la pandemia sta di fatto mettendo sul tavolo le conseguenze problematiche (sui diversi piani sanitario, erariale, dell’ordine pubblico, occupazionale) già da tempo temute e denunziate da operatori e studiosi per l’effetto espulsivo dei distanziometri delle norme regionali.

Tante volte si sentono poi conclusioni sulla lettura di dati raccolti o simulati in periodo di chiusura a sostegno di una presunta efficacia dell’introduzione della proibizione del prodotto di Stato, qualunque origine, nazionale o regionale, essa abbia.

Ebbene, quello di calcolare alla virgola l’effetto sui volumi di gioco della chiusura totale (nazionale, come quella imposta dai decreti per contrastare il virus, o territoriale, come quella imposta dai distanziometri espulsivi) è un esercizio che si presta a facili strumentalizzazioni e difficile se il risultato che si cerca è un risultato da studiare in modo obiettivo e su cui lavorare in modo non ideologico. E vediamo perché.

Tante volte sentiamo parlare del fatto che a fronte di una chiusura totale (nazionale o territoriale) vi sia solo uno sversamento della domanda di gioco (che ricordiamoci comunque esiste) su questa o su quella verticale distributiva di gioco pubblico non interessata dal divieto (come a dire “con il divieto assoluto imposto ad una verticale distributiva si gioca in atri prodotti pubblici e molto di meno”), senza ricordare però tre aspetti centrali che rendono il dato veramente parziale:  (i) ogni verticale distributiva di gioco pubblico è diversa dall’altra ed incontra l’interesse di una domanda di gioco che è diversa dall’altra; (ii) a parità di prodotti di gioco, la domanda di gioco su rete fisica è diversa dalla domanda di gioco su rete on line; (iii) non può dimenticarsi che, parallelamente all’offerta pubblica di gioco, esiste l’offerta illegale di gioco i cui numeri non sono certo misurabili come quelli registrati al centesimo nel circuito pubblico regolamentato e presidiato.

Questo significa che chi predilige una tipologia di gioco pubblico, se registra la sua chiusura, non è detto che cambi e soprattutto che lo faccia immediatamente andando a cercare nel circuito pubblico un’altra e diversa tipologia di gioco pubblico o andando a cercare lo stesso prodotto di gioco in un canale distributivo pubblico diverso (come l’online pubblico) per soddisfare la sua domanda di gioco.

Peraltro non solo non può essere escluso ma forse è anche molto probabile che costui vada alla ricerca di quello specifico tipo di prodotto di gioco, con quella specifica modalità distributiva assicurata però dal circuito dell’illegalità.

Ebbene la sensazione che si ha è che si debba dubitare di chi, provato algebricamente che chiudendo l’offerta pubblica diminuiscano i numeri contabilizzati complessivamente dall’offerta pubblica (parametro certo perché contabilizzato dall’intero sistema pubblico di gioco), provato algebricamente poi che non aumenti così tanto l’offerta pubblica di gioco on line (altro parametro certo perché provato dal sistema pubblico di gioco), deduca poi con altrettanta sicurezza che, dunque, le misure di chiusura abbiano avuto effetto totale sulla riduzione del gioco da parte degli utenti, posto che chi ragiona in questa maniera dimentica di valutare l’effetto dello sversamento della domanda di gioco nel circuito illegale.

Ricordiamoci che la misurabilità del fenomeno ed in particolare dei volumi di gioco è possibile solo col presidio dei territori dell’offerta pubblica.  Quando il presidio dei territori da parte dell’offerta pubblica non c’è, non ci sono nemmeno i dati di gioco effettivo sul territorio.

Interessante è anche che spesso questi dati, quelli dello sversamento nel circuito dell’illegalità vengano chiesti agli operatori del gioco pubblico, invece responsabili della tenuta della contabilità al centesimo delle attività di gioco nel circuito di Stato.

Il dato concreto relativo alla magnitudo del circuito illegale, prima e dopo la pandemia, lo danno da sempre le Autorità di Vigilanza ed Investigative dello Stato che sul punto non lasciano spazi a grandi margini interpretativi non solo ad un analista attento.

Già nel 2019 il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho relativamente ai ricavi da gioco ha indicato che “il volume dell’illegale in Italia è valutato intorno ai 20 miliardi annui”.

Ad aprile 2020, l’allora Capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha dichiarato che “La chiusura delle sale giochi e l’interruzione delle scommesse sportive e dei giochi gestiti dai Monopoli di Stato potrebbero aumentare il ricorso al gioco d’azzardo illegale online”.

Anche l’Agenzia Dogane e Monopoli riporta più recentemente che “Il gioco illegale, secondo alcune stime, per volume è paragonabile al gioco legale”; l’emergenza COVID ha già accelerato la ripresa dell’offerta illegale in quanto l’Agenzia riporta anche che “Dalla chiusura a seguito del lockdown il CoPReGI, Comitato per la prevenzione e la repressione del gioco illegale, è intervenuta in tutte le regioni d’Italia, in 50 capoluoghi di provincia, ha controllato 250 sale illegali e comminato sanzioni per oltre 1 milione di euro”.

Non sono mancate poi le dichiarazioni di Claudio Clemente, direttore dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia, contenute nella relazione depositata nell’audizione in codesta onorevole Commissione Parlamentare Antimafia e pubblicata sul portale della UIF secondo cui tra l’altro “Gli alert antiriciclaggio relativi al settore giochi hanno registrato nel 2020 «una complessiva contrazione (-11% rispetto al 2019) attribuibile alle misure restrittive imposte per la gestione dell’emergenza».  Il calo «ha interessato gli operatori tradizionali dei comparti slot machine, videolottery e sale bingo, a fronte di un aumento di segnalazioni riferite al gioco online (+67%)», si legge. Le difficoltà degli operatori abilitati, però, «hanno ampliato le opportunità di esercizio illegale o abusivo delle attività»”.

Anche di fronte a tali dichiarazioni, chi se la sente oggi di giungere a conclusioni frettolose sulla “interpretazione” dei (soli) numeri deducibili dal (desertificato) circuito pubblico?

E’ di tutta evidenza, invece, che nei giochi pubblici la prolungata e totale interruzione di attività dovuta ai provvedimenti di chiusura nazionale-emergenziale o territoriale-strutturale sta incrementando esponenzialmente il rischio di riduzione del perimetro di legalità nell’offerta a discapito di utenti, ordine pubblico, gettito erariale, imprese e lavoratori.

Geronimo Cardia



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